Gilles Villeneuve: 8 maggio 1982 l’anniversario della scomparsa di uno dei piloti leggendari della F1.

  Joseph Gilles Henri Villeneuve: deceduto l’8 maggio 1982, sulla pista Zolder. Per ricordarlo solo le parole di Enzo FerrariIl mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene. »
Anche noi gli abbiamo voluto bene e lo portiamo nella memoria ……

Da AUTOSPRINT del 18/04/2010

Dalle nevi del Québec all’epopea di Digione

Arrivò nel mondo dei Gran Premi come uno noto solo agli addetti ai lavori, un campioncino di Formula Atlantic, monoposto con l’identico telaio delle Formula 2 ma con meno potenza nel propulsore, e asso delle motoslitte. Per il resto Gilles Villeneuve, nonostante i suoi 27 anni, appariva come un uomo senza passato. Nato e cresciuto nel Canada francofono, lontano però dalla vivacità culturale e quasi europea di Montreal, figlio di spazi immensi, della neve e delle foreste, della natura e di un sistema di vita duro. Il 16 luglio 1977 Villeneuve presentò il suo biglietto da visita a coloro che lo conoscevano per sentito dire: con una McLaren M26 ottenne il nono tempo in qualifica al Gp di Gran Bretagna a Silverstone, il migliore nel warm up, sfiorò il quarto posto e tre punti iridati prima di essere retrocesso in undicesima posizione per un problema di raffreddamento al motore. Poi sparì per qualche tempo: tornò oltre Manica per gareggiare sia in Formula Atlantic sia con la Wolf- Dallara nel campionato Can Am. Finché Enzo Ferrari non decise di ripetere ciò che aveva fatto con Niki Lauda: assumere un giovane semi sconosciuto da allevare, affinare. L’assunzione di Villeneuve al posto del due volte campione del mondo a fine 1977 aveva motivazioni precise: Gilles costava pochissimo, piaceva allo sponsor Philip Morris, e possedeva un grande talento naturale. Nelle due gare d’esordio di quell’anno, però, non lo mise in mostra: diciassettesimo e frastornato a Mosport, ventesimo in prova e protagonista di uno spaventoso incidente con Ronnie Peterson al Fuji, un volo che causò due morti e decine di feriti. Allora ci si chiese se Villeneuve fosse stata una scelta giusta. Le cose cambiarono nel 1978: la Ferrari non era la miglior monoposto del mondiale, c’era la Lotus 79 a dettare legge, ma il canadesino a poco a poco, con costanza, riemerse dall’anonimato e alla fine vinse la prima corsa, il Gp del Canada, organizzato sull’isola di Notre Dame, nei pressi del bacino olimpico della città. Da allora fino al tragico incidente di Zolder dell’8 maggio 1982, Villeneuve divenne l’uomo in più della Formula 1, il simbolo stesso della Ferrari. Adottato dagli italiani, Gilles non vinse mai un titolo, conquistò “solo” altre cinque vittorie, ognuna delle quali però dal sapore epico. Entrò nell’immaginario collettivo a Digione, il 1 luglio 1979, quando duellò ruota contro ruota, staccata dopo staccata, metro dopo metro, con la Renault di Arnoux per conquistare i sei punti del secondo posto. Quelle immagini, trasmesse, ritrasmesse, ormai presenze fisse delle cineteche, lo proiettarono nel defi- nitivo dell’automobilismo e da lì non si mosse mai fino appunto all’assurdo schianto, a quel volo simile al precipizio di una stella cadende dell’8 maggio del 1982. Perché Villeneuve ha vinto sì solo sei Gran Premi in carriera, ma ognuno di essi e ogni sua presenza hanno offerto emozioni, trepidazioni, commozioni che nessun altro grande dell’era moderna, ad eccezione di Senna, è stato più in grado di fornire.

E’ difficile descrivere Gilles Villeneuve come pilota: crediamo che la definizione più sensata, scevra di qualsiasi emozione, sia quella che parla di un traghettatore capace di riportare la figura del pilota al centro di ogni discussione in un’epoca nella quale ormai dominavano i calcoli, i tecnicismi, le differenze spesso abissali tra monoposto da primato e le altre da ultime file o non qualificazione. Villeneuve ha portato quindi aria nuova nell’automobilismo e il fatto che a distanza di quasi ventotto anni dalla morte nessuno lo abbia dimenticato è indicativo di quanto abbia contato per la storia della specialità. Gilles faceva parte della schiera dei piloti naturali: per lui che la monoposto fosse inferiore alla concorrenza era quasi un vantaggio. Proprio nelle condizioni difficili sapeva donarle quel qualcosa in più che bloccava gli altri, anche i titolati compagni di guida, si chiamassero Reutemann o Scheckter o Pironi. Le sue traiettorie non erano dipinti alla Lauda. Ma brusche invenzioni che sfioravano la logica. Alla precisione del tratto anteponeva l’intuito, la fantasia, la spontaneità condite da una sicurezza nel controllo che lo rendevano unico. Nelle sue evoluzioni Villeneuve poteva ricordare Moss. Non si trovava in difficoltà su nessuna pista e su nessun asfalto: piovesse o fosse secco Gilles spremeva tutto quanto le sue Ferrari potevano offrire. Ma attenzione: il suo essere naturale non significava che fosse uno sprovveduto nella tattica. All’inizio ha pagato la propria irruenza distruggendo monoposto, gettando al mare risultati, ma una volta presa confidenza con la squadra e lo staff tecnico, Gilles ha difficilmente sbagliato approccio. Non è un caso che una delle sue corse migliori fu quella che consegnò il titolo iridato al compagno Scheckter a Monza, il 9 settembre del 1979: fu un capolavoro di intelligenza, generosità, altruismo. Gilles spezzò il ritmo di Laffite, Jabouille, Regazzoni, rimase dietro a Scheckter pur avendo qualche decimo in meno nel piede destro. Optò per la piazza d’onore, perdendo di fatto le chance di titolo ma fu una corsa leggendaria. Come da leggenda, per la sagacia, resta il Gran Premio di Spagna 1981, quando con « Un tappo di classe» (furono queste le parole usate dal direttori di As, Marcello Sabbatini per sancire l’impresa) impedì il sorpasso a Laffite, Watson, Reutemann e de Angelis con una Ferrari in crisi rispetto alle monoposto che aveva alle spalle. In ciò Villeneuve è da riabilitare perché troppo spesso vengono ricordate le sue “pazzie”, i suoi numeri. Il 1982 sarebbe stato certamente l’anno del primo titolo mondiale. Era più forte di Pironi, dell’amico che lo aveva tradito a Imola. Questo voleva dimostrare nel fatale 8 maggio 1982 a Zolder

Contrariamente a ciò che si dice, Villeneuve non era un tipo molto socievole. Semplice nel modo di vita, con la moglie e la famiglia appresso, un motorhome per spostarsi da un circuito all’altro, pochi grilli per la testa e qualche passione extra motoristica: suonare la tromba, per esempio. Gilles era figlio di una terra durissima, dove gli inverni sono rigidi, la neve ricopre ogni cosa e ogni traccia, dove i rapporti umani avvengono all’interno di microcomunità. Per questo Villeneuve amava una qualità sopra tutte: la lealtà nei confronti di chi giudicava amico. Lealtà signi- fica rispetto, mantenimento dei patti, onestà. Il suo incupimento improvviso, il suo smarrimento umano nei giorni seguenti ai fatti di Imola 1982, quando Pironi non rispettò l’accordo che voleva vincitore chi si fosse trovato al comando all’inizio dell’ultimo giro, sono probabilmente il nucleo causale della sua morte. A Zolder, infatti, Gilles non arrivò sereno. Si sentiva tradito dal compagno e probabilmente dalla squadra e la dinamica stessa dell’incidente, avvenuto in quello che doveva essere il giro di rientro ai box dopo aver ottenuto il tempo, dimostrano quanta rabbia in corpo ci fosse. La gente aveva adottato Villeneuve. Di lui piaceva il non volersi mai arrendere nemmeno all’evidenza dei fatti – indicativo il tentativo di rientrare ai box con la gomma posteriore sinistra inizialmente dechappata a Zandvoort nel Gran Premio del 1979 -, la fantasia nel voler offrire sempre spettacolo. Generoso ogni qual volta si trattava di coinvolgerlo in qualcosa che riguardasse la velocità: non si fece pregare per sfidare un caccia militare all’aeroporto di Istrana in una gara di accelerazione con la Ferrari 125 CK nel 1981, per lanciarsi a velocità folli a bordo di un offshore o per sfidare gli amici nel tragitto da Montecarlo, dove viveva, a Maranello. Perché alla fine il posto dove Villeneuve si sentiva maggiormente a proprio agio era ai comandi di qualcosa che potesse perforare l’apparente staticità del tempo. Non importa fosse una Formula 1, un trattore, una motoslitta: ma che vincesse la resistenza dell’aria, che procedesse, che generasse sfide. Con se stesso e contro gli altri. Parlava in un francese quebechiano, dalla strana e inconfondibile cadenza, che si faticava a comprendere. Spesso sbuffava e sorrideva con quel volto da eterno ragazzino sul quale grandi occhi scuri lasciavano trasparire una dolcezza insospettabile. Villeneuve aveva l’aria di un amico da proteggere: così lo sentivano le persone, le stesse che restavano a labbra spalancate osservandolo compiere imprese ai limiti delle leggi fisiche. È entrato così nella leggenda e nella leggenda è rimasto a tal punto che anche chi non lo ha mai visto gareggiare sa tutto di lui.

 

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